Benedetta Navarra

Benedetta Navarra

Non c’è conflitto tra cuore e professionalità. Nemmeno se sul piatto della bilancia ci sono, da una parte, la squadra di cui sei tifosa fin da bambina, dall’altra, l’incarico di Consigliere d’Amministrazione di un club di calcio che viene da anni piuttosto “burrascosi” a livello societario, come l’AS Roma. Nemmeno se c’è da tenersi in equilibrio tra una brillante carriera – che l’ha vista collaborare anche con il Ministero del Tesoro – da legale esperto di Diritto societario e una vita familiare tanto impegnativa quanto appagante. Benedetta Navarra riesce ad essere (e ad avere) tutti questi ruoli, senza dover mai rinunciare ad un pezzo di se stessa. Donna capace di raggiungere un livello ottimale di work-life balance, l’avvocato romano non può essere considerato, però, solo un caso fortunato. Probabile, invece, che la forza della Navarra stia proprio nella voglia di non mettere da parte nessuna delle sue aspirazioni, nella scelta di non scegliere tra cuore e professionalità. In fondo, se siamo capaci di non farle entrare in conflitto, perché rinunciare ad una delle due?

Avvocato Navarra, profilo particolare e ricco di sfaccettature il suo. Due lauree, una brillante carriera d’avvocato, l’attività di docente universitario, le collaborazioni con il Ministero del Tesoro… Da dove possiamo cominciare a raccontare la sua storia? Quali indicherebbe come tappe fondamentali del percorso fatto finora?
Più che di tappe credo che nella mia vita siano stati importanti gli incontri. Alcune grandi personalità che ho avuto la fortuna di incontrare durante la mia formazione le porto sempre con me e le idee ed i principi che mi hanno trasmesso mi continuano ad aiutare e ad ispirare nelle piccole e nelle grandi scelte.
Per il mio lavoro poi è stato fondamentale avere un padre imprenditore: si capiscono tante cose, si capiscono le preoccupazioni che agitano chi rischia ogni giorno. Questo Dna mi aiuta a creare con le imprese che ho il piacere di assistere un’empatia, che poi è alla basa del rapporto “fiduciario” che deve esserci tra cliente ed avvocato.

Come esperta di diritto societario, si occupa anche di crisi d’impresa. Secondo lei, nelle aziende italiane (specie di piccole-medie dimensioni) manca una “cultura” imprenditoriale/manageriale che permetta, se non di prevenire, quantomeno di cogliere in anticipo i segnali di un possibile dissesto finanziario?
Il problema è forse più complesso. In un momento come quello attuale, la crisi il più delle volte è da addebitare al fatto che il denaro non circola più, o circola molto meno. La crisi origina dall’improvviso venir meno delle fonti di finanziamento: i clienti (pubblici e privati) non pagano, le banche non finanziano e spesso riducono gli affidamenti. Dal rischio crisi, purtroppo, oggi ben poche aziende possono dirsi immuni, anche quelle più sane e le meglio gestite.

La crisi, però, è per sua natura una fase transitoria…
Diciamo che in un momento meno “straordinario” di quello che stiamo attraversando, le crisi di impresa sono invece spesso da addebitare ad una certa miopia verso i primi indizi che “c’è qualche cosa che non va”. E questo è un difetto che accomuna molti: gli imprenditori che vogliono comunque andare avanti, il sistema bancario che pur avendone gli strumenti trascura spesso una adeguata sintesi delle informazioni in suo possesso, i fornitori che sono imprenditori anche loro e, quindi, hanno bisogno di lavorare.

Ma a chi spetterebbe il compito di fare una sana attività di formazione/informazione?
I nuovi strumenti proposti dalla riforma della legge fallimentare dovrebbero agevolare un approccio preventivo ai problemi e quindi, quando possibile, risolutivo delle difficoltà dell’impresa. Ma i risultati, ad oggi, non sembrano incoraggianti.

Poco fa abbiamo raccontato del suo recente ingresso nel Cda dell’AS Roma, squadra di cui è tifosissima. Ci racconta che emozioni vive in questa veste? Riesce a separare cuore e professionalità?
La Roma per me è una passione fortissima ed anche molto intima. Una passione indissolubilmente legata ai miei affetti più risalenti e più veri. Che che se ne dica l’amore per una squadra di calcio nasce da bambini nel momento più “puro” della nostra vita. Non si diventa tifosi a vent’anni. Lo si diventa a sette ad otto, per il papà, per un nonno, per l’amico più caro. Ed è un amore che non ti lascia mai.
Quanto al rapporto tra cuore e professionalità, sono sincera: io credo al 100% nel nuovo progetto che si sta portando avanti oggi nella Roma e nelle idee che ne sono alla base: quelle di un calcio più aperto a tutti, più equilibrato, più “bello” da ogni punto di vista ed in questo progetto non vedo conflitto tra cuore e professionalità.

A livello finanziario, è più difficile gestire un’azienda tradizionale o un club di calcio?
Facendo un paragone con altre realtà imprenditoriali, quello che è incredibile nel mondo del calcio è la (apparente) separazione tra l’aspetto gestionale ed il core business e, quindi, l’andamento sportivo. Una società può essere gestita dai migliori manager del mondo ma – quantomeno nel breve periodo – non è detto che i risultati seguano con coerenza e continuità. Ed è un po’ quello che sta succedendo alla Roma… Nel medio periodo, però, credo che questi due ambiti si debbano necessariamente ricongiungere: una società che vuole vincere, oggi come oggi, deve essere anche gestita in modo professionale, con coerenza ed equilibrio.

Lei è una donna di successo che è riuscita anche a raggiungere un ottimo livello di work-life balance. Ci rivela il suo segreto?
Il mio attuale punto d’equilibrio (che peraltro non è detto che sia un punto di arrivo! Un po’ di brivido per il futuro ci deve essere) lo devo sicuramente alle meravigliose persone che mi circondano: mio marito, i miei colleghi e colleghe, ed anche i miei bambini da cui percepisco un incoraggiamento costante a proseguire, a non fermarmi: anche se, diversamente, a casa potrei esserci di più, in studio potrei essere più “tranquilla” e, in assoluto, potrei essere più disponibile…

Un libro o un film che le hanno dato particolare ispirazione nel corso della carriera? Secondo lei, grazie a quali doti personali è riuscita a raggiungere i suoi traguardi professionali?
A me piace molto la storia e la filosofia e l’arricchimento che queste letture danno in termini di idee e di approcci sempre diversi alla realtà che ci circonda. Quanto alle doti personali che mi hanno più aiutato, credo l’entusiasmo e la passione: sono caratteristiche che rendono tutto un po’ più facile, fanno sentire meno la fatica e soprattutto sono positivamente contagiose.

Chiudiamo con un classico: progetti per il futuro? Quali sfide deve ancora affrontare e vincere?
Preferisco parlare di progetti e di percorsi da completare più che di sfide: mi piace ambire a qualche cosa di duraturo che rimanga, piuttosto che ad un successo a se stante, magari emozionante, gratificante, ma per definizione più istantaneo, immediato e spesso singolare. Ed allora sicuramente continuare a crescere ed a veder crescere le diverse realtà che mi circondano senza scordare la spinta emotiva e un po’ idealistica che ci ha accompagnato soprattutto all’inizio.

Che domani si augura per se e per tutte le donne in carriera italiane?
La speranza per le donne italiane (secondo me siamo tutte un po’ in carriera) è che finalmente ci si renda conto dell’arricchimento che una maggior presenza femminile potrebbe dare in ogni ambito- E ciò sarà tanto più possibile quanto, grazie a idonee politiche per la famiglia ed un organizzazione sociale più adatta alle donne che lavorano, saremo aiutate a gestire in modo coerente e sostenibile i diversi ambiti di cui, fortunatamente, la nostra vita si compone.

http://www.profumodicarriera.it/2012/02/benedetta-navarra/