Mauro Agostini
«Uno zingaro che cavalca il cambiamento». Il titolo perfetto per la sua intervista ce lo fornisce direttamente lui, Mauro Agostini, attuale Business Development Director del Gruppo Venpa 3, azienda veneta leader nel mercato del noleggio di macchine da sollevamento nella cantieristica. Dietro ad uno “slogan” tanto azzeccato, c’è naturalmente molto da raccontare. “Zingaro” perché sempre in viaggio, tra una valigia continuamente da fare/disfare e il prossimo aereo da prendere. Ma “zingaro” anche perché di realtà aziendali Agostini ne ha incrociate diverse nel corso della carriera e ciascuna di esse rappresenta un pezzo fondamentale del professionista che è oggi. E qui arriviamo alla capacità di “cavalcare il cambiamento”, altro tratto distintivo del manager nato a Padova: «sono gli amici ed i colleghi che me lo riconoscono», dice Agostini con un pizzico di modestia. Il perché è chiaro alla luce di una expertise tanto estesa, soprattutto in termini di international business: start up, riorganizzazioni aziendali, due diligence, technical license agreement. C’è davvero tantissima “roba” nella valigia dello “zingaro”. Cerchiamo di aprirla insieme a lui in questa intervista.
Dottor Agostini, lungo e ricco di spunti il suo percorso professionale. Ripercorriamolo al contrario, partendo dal suo incarico attuale. Che ruolo ricopre in Venpa 3 e con quali responsabilità? Ci può descrivere nel dettaglio il lavoro che sta svolgendo su diverse Sister Companies del Gruppo?
Nel Gruppo Venpa 3, azienda leader italiana nel mercato del noleggio di macchine da sollevamento nella cantieristica, occupo la posizione di Business Development Director e ho la responsabilità delle Sister Companies estere dedicate all’attività di noleggio. Queste aziende sono dislocate per lo più nei Paesi balcanici e in Russia, e si occupano principalmente di noleggio di macchine da cantiere e della loro distribuzione commerciale. Anche in quei Paesi collaboriamo con alcuni fra i principali costruttori europei e mondiali di macchine che noi ci preoccupiamo di noleggiare nei diversi mercati. La mia, tre anni fa, è stata una partenza “in salita” visto che l’inizio della mia attività è coinciso con lo scoppio della crisi che ha investito in particolar modo il settore delle costruzioni Quest’ultimo elemento ha fatto si che il Gruppo – vista l’esperienza che avevo acquisito nell’ambito delle due diligence e, nelle ristrutturazioni aziendali – mi chiedesse di occuparmi non soltanto del rilancio e dello sviluppo commerciale delle aziende nei mercati che lo consentivano, ma anche di diventare attore importante di un progetto di riorganizzazione degli assetti societari e, più in generale, dell’organizzazione delle consociate estere.
Per quanto riguarda l’area commerciale, invece, svolgo il mio mestiere “tipico”: ho la direzione delle attività estere e sono chiamato a coordinare le attività dei venditori nei diversi mercati.
Da esperto di international business, giudica più difficile avviare uno start up all’estero oppure ristrutturare/riorganizzare una società già operativa in un Paese straniero ? Il “caso aziendale” più complesso che ha dovuto gestire fino ad oggi?
Inizierei a rispondere partendo da un presupposto comune ad entrambe le ipotesi: sono dell’avviso che non si possa gestire correttamente uno start up estero o riorganizzare un’azienda estera in progress (magari acquisita o con cui si è costituita una joint venture o altra forma di accordo collaborativo) se non si è in grado di trovare in loco il partner adeguato. Adeguato dal punto di vista delle competenze, della capacità di penetrazione del mercato locale, della reputazione e, last but not least, dal punto di vista della condivisione degli obiettivi, dei principi e, più in generale, della mission.
Detto questo, ritengo che la ristrutturazione/riorganizzazione può comportare di per sé rischi e problematiche più consistenti, tanto più se viene svolta in un contesto di mercato in crisi con situazione finanziaria difficile. In situazioni di questo tipo, infatti, il patrimonio informativo sulla base del quale il decision maker intraprende l’attività di riorganizzazione, può essere imperfetto e celare situazioni di rischio non evidenti al momento dell’accordo o, più in generale, dell’acquisizione dell’azienda. In questo caso la ristrutturazione/riorganizzazione può rivelarsi conveniente solo se gli asset aziendali in gioco sono supportati da un valore intrinseco. Ad esempio, nella tecnologia disponibile, nel know how di risorse “fedeli” che sposano la nuova mission, nelle referenze e più in generale nel goodwill acquisito.
Lo start up, invece, che insidie nasconde?
Al contrario, i rischi che riguardano lo start up sono di tipo “prodromico”. La logica è del tipo “If… Then…” (“Se… Allora…”, ndr): se l’azienda ha un’eccellente conoscenza del mercato e del sistema Paese dove va ad investire; se l’azienda dispone delle risorse corrette per andare ad investire in quel Paese; se l’azienda conosce i comportamenti dei leader settoriali in quel Paese; se si è avuto un learning by doing guardando agli errori commessi in altri start up o in start up altrui; se si ha una strategia di medio/lungo periodo chiara e con logica di sviluppo in quel mercato e nei mercati contigui… allora l’azienda ha convenienza a partire con uno start up diretto, investendo la nuova organizzazione estera anche dei principi, della filosofia e più in generale, della mission che sottendono le attività della casa madre.
Si dice spesso che le aziende italiane, specie quelle di piccole-medie dimensioni, faticano ad affermarsi a livello internazionale perché incapaci di fare squadra tra di loro: riconosce anche lei una simile carenza da parte delle nostre PMI?
Mi si perdoni la schiettezza, ma dietro a questa domanda spesso nascondiamo le nostre incapacità nel saper gestire la competizione a livello globale, in uno scenario che da fine anni ’90 è totalmente cambiato. Oggi, a livello istituzionale e delle professioni/specializzazioni necessarie per “fare il salto”, le aziende che voglio intraprendere la strada dell’international business possono trovare tutto ciò che può loro servire. Senz’altro bisogna saperlo cercare. Senz’altro oggi giorno le aziende soffrono una debolezza finanziaria che rende molto più faticosa l’avventura nei mercati esteri.
Il sistema esiste, manca in realtà la capacità di capire che lo “spirito di gruppo” deve essere esteso a confini molto più ampi: il partner tecnologico, la competenza specialistica (anche legale, fiscale, commerciale), la risorsa appropriata, il fornitore, vanno cercati anche fuori dall’orticello; solo così si riesce a fare International business con successo. Altrimenti si è fuori gioco in partenza. Se le aziende vogliono lanciarsi in questa sfida, devono avere una mentalità globale e dotarsi di risorse interne che sappiano andare a ricercare quanto sopra, sfruttando quanto oggi esiste nell’ambito dei supporti istituzionali al mondo delle imprese.
In definitiva, è davvero necessario questo “spirito di gruppo” o si può avere successo all’estero anche solo contando sulle proprie forze?
Si può aver successo contando solo sulle proprie forze, ma “aprendole” alla catena del valore internazionale, tutelando i propri asset competitivi, condividendoli opportunamente con partner esteri che sappiano sposare la mission (dealers, aziende, società finanziarie, trading companies, fondi di investimento esteri, istituzioni estere/internazionali per lo sviluppo). E questo è evidentemente valido per le PMI. Il discorso per i grandi gruppi è totalmente diverso visto che hanno intrinsecamente ormai da decenni un’esperienza, una struttura ed una mentalità globale.
Sempre all’interno del Gruppo Venpa 3, nei mesi scorsi ha seguito la due diligence per l’area commerciale finalizzata alla vendita di Locatelli. Come potremmo descrivere la sua attività e la sua competenza in tale ambito?
La mia formazione ed il mio percorso di carriera si sono esplicitati principalmente nell’area commerciale, in particolare nell’export, fino ad arrivare alla direzione di area. Ma, dal mio modo di vedere, non puoi essere un eccellente Head of Export se non si ha esperienza anche nel societario, nelle situazioni straordinarie come le ristrutturazioni, le cessioni, le acquisizioni, le fusioni, le JV. Solo se si ha perfetta conoscenza dei processi aziendali e dei loro momenti di crisi, allora si può avere la forza di spingere l’azienda in modo importante fuori dai confini, perché si sa fino a che punto si può spingere le sue criticità tecniche, tecnologiche e finanziarie. Se si pensa solo a vendere un qualcosa in più all’estero, si resterà un valido venditore, ma non si sarà mai in grado di far fare il salto all’azienda. Io ho avuto la fortuna di seguire quattro due diligence, due delle quali solo per l’area commerciale.
Una di queste ultime è stata, per l’appunto, in Locatelli, azienda produttrice di autogrù in cui svolgevo il ruolo di Export Sales Director. Non sono stato in quel caso l’attore principale della due diligence; ma posso affermare che ho contribuito alla sua riuscita perché, mentre era in corso la trattativa con l’acquisitore, ho gestito e concluso – in accordo con il Presidente dell’azienda e con un adeguato team – un technical license agreement con un grande gruppo multinazionale indiano. Questo accordo ha evidentemente dato un impulso positivo al valore dell’azienda ed è stato un esercizio che mi ha dato ancora più determinazione e senso di responsabilità nella conduzione del mio lavoro nei mercati internazionali.
Entrando più nel dettaglio tecnico, attraverso quali strumenti si può “investigare” su valore e condizioni di una società e che tipo di conclusioni se ne possono trarre?
Proviamo ad analizzare la valorizzazione della cessione di un’azienda (o di un ramo d’azienda) da parte del cedente. Chi vende l’azienda deve avere una perfetta conoscenza della situazione patrimoniale ed economica dell’azienda stessa, essere in grado di mantenere il controllo del goodwill aziendale per tutto il tempo della due diligence (ricordiamoci che in tempi di crisi queste operazioni durano più a lungo, col forte rischio di subire la svalorizzazione del patrimonio aziendale in senso ampio), valorizzare adeguatamente tutti gli asset e gli elementi di vantaggio competitivo dell’azienda, controllare adeguatamente le attività di sviluppo commerciale, per mantenere alto il valore dell’operazione, consapevoli che in tempi di due diligence è particolarmente difficile far crescere l’azienda.
Non dimentichiamoci che in situazioni di questo tipo la trasparenza paga sempre: è inutile celare rischi o problematiche che prima o poi l’acquisitore scoprirà. Le problematiche ambientali, organizzative, sindacali, quelle relative agli impianti, ai brevetti, alle tecnologia vanno esplicitate subito e con la sensibilità del caso, pena spesso la riuscita stessa dell’operazione. Si deve infatti sempre tener presente, aldilà dell’etica nella conduzione degli affari, che l’acquisitore sarà un eccellente partner se, al contrario, riuscirà a porsi gli obbiettivi suddetti analizzandoli con lenti critiche, in grado di valutare correttamente tutti gli asset in gioco, compreso il potenziale che l’azienda acquisita potrà far valere.
Prima di Venpa 3, ha operato in diverse realtà aziendali, collezionando anche un passaggio in una nota agenzia per il lavoro. Se dovesse indicare una parola chiave per ciascuna di queste esperienze professionali?
Per quanto riguarda il lavoro in Adecco, la parola chiave è “correre”: uscire dall’Università ed immergersi in un’esperienza formativa in un settore appena introdotto, correndo per ottenere la migliore market share nella zona di competenza; confrontarsi per la prima volta con un management strutturato e anche con colleghi esteri vedendo che altrove le cose funzionano pure diversamente. In Gruppo Plastic Omnium, invece, direi “crescere”: approcciarsi al mondo delle imprese multinazionali, con un’esperienza industriale, imparando a coniugare la struttura gerarchica al livello di autonomia che ci serve per diventare buoni manager. Per il passaggio in OMB International userei la parola “ascoltare”: per quanto breve, un’esperienza in una piccola multinazionale italiana può aiutarti a vedere gli sforzi e le strategia per uscire dalla crisi, e ciò riesce solo se hai l’umiltà di ascoltare manager più esperti, con esperienza internazionale. Infine, riassumerei il lavoro svolto in Tecnoeka con il termine “strutturare”: una PMI, un’eccellenza tecnologica e logistica che vuole fare il salto, accompagnarla nell’ottenimento di grosse commesse che possono dare scala industriale alle attività, riorganizzando ab ovo la rete estera.
Ha viaggiato e viaggia ancora moltissimo per lavoro, tanto da definirsi “uno zingaro che cavalca il cambiamento”…
Effettivamente viaggio molto, arrivando in certi periodi anche al 70/80% del tempo lavorativo speso fuori dai confini. La difficoltà maggiore consiste nel mantenere il controllo su attività disperse e la tua presenza, per ovvie ragioni, non può essere ubiquitaria. Il rimedio consiste nel dotarsi di opportuni strumenti di controllo sulle performance ed una buona dote di autorevolezza non guasta mai. Zingaro, senz’altro. In grado di cavalcare il cambiamento, sono gli amici ed i colleghi che me lo riconoscono. Non nego che bisogna avere un’ottima capacità di controllo e gestione del proprio stress: la saccoccia con le scarpe da fitness non manca mai, la sera diventa un rimedio unico, al caldo tropicale o al freddo dell’Est.
Non sente mai il bisogno di disfare la valigia e fermarsi per un bel po’ di tempo?
La valigia è sempre in moto. La disfi e la ricomponi, la carichi nel baule o la fai volare tra le nuvole. Diventa parte della tua vita. Un aspetto molto brutto? Al mattino ti svegli in albergo e non ricordi dove sei. In quel caso a me prende una sorta di panico, di disorientamento, ma anche un senso di tristezza che svanisce nel momento in cui guardo fuori dalla finestra e capisco dove mi trovo.
Un aspetto fondamentale per svolgere il mio mestiere consiste nel fatto di avere una famiglia che ti permetta di farlo. Se non hai un forte equilibrio familiare, che includa anche questa dimensione, prima o poi il mestiere lo lasci, diventa ingestibile. I miei figli di 5 e 6 anni, ogni volta che parto vogliono sapere quanto resto via e mi fanno sempre capire che sanno che presto tornerò. Lì, proprio in quel momento, nasce una forza per me esiziale, irrinunciabile. Spero che per tutta la vita sapranno perdonare le mie assenze. A loro e a mia moglie va la più completa riconoscenza.
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